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C’era una volta, in un vecchio laboratorio polveroso dai soffitti alti, una vecchia pianta di rose ormai secca dal tempo e un pianoforte a coda pieno di polvere, che nessuno suonava più. Sui suoi tasti d'avorio non correvano le dita di un musicista, ma le zampette fatate di un piccolo ragnetto d'argento di nome Zigozigo, che aveva deciso di fare della cassa armonica la sua casa. Zigozigo non era un ragno come gli altri: non tesseva ragnatele per catturare le mosche, ma fili invisibili di pura melodia. Ogni volta che il vento entrava dalla finestra socchiusa, sfiorando le corde interne, Zigozigo cominciava a danzare sui tasti e la stanza si riempiva improvvisamente di un profumo di sogni e di ricordi lontani. Una sera d'inizio estate, però, accadde qualcosa che spezzò quel silenzio incantato... Accadde che la grande porta del laboratorio, rimasta accostata per anni, cigolò a lungo. Nella penombra entrò a passi lenti un vecchio gatto dal pelo color fumo, con una zampa un po’ ballerina e due grandi occhioni verdi che avevano visto passare tante stagioni. Si chiamava Fronzolo. Fronzolo si avvicinò al pianoforte, saltò con un balzo morbido sullo sgabello di velluto consumato e poi, con infinita delicatezza, posò una zampa bianca sul primo tasto basso. Un suono profondo e caldo vibrò nell'aria, facendo tremare i fili d'argento di Zigozigo. Il piccolo ragnetto, invece di spaventarsi, si sporse dal coperchio del pianoforte. I due si guardarono: l'animale più grande e la creatura più minuscola del laboratorio. Non servirono parole. Zigozigo fece un piccolo inchino e ricominciò a danzare sui tasti alti, mentre Fronzolo, accompagnando il ritmo con la sua zampa pesante ma gentile, creava una base profonda e rassicurante. Insieme, il ragnetto artista e il vecchio gatto stavano componendo la musica più bella che quel laboratorio avesse mai ascoltato. Da allora, il tempo sembrò fermarsi tra un tasto bianco e uno nero. Non importava se fuori il mondo correva distratto; lì dentro, l'invisibile filo di Zigozigo e la zampa sapiente di Fronzolo avevano tessuto qualcosa di eterno. Nelle sere in cui la luna si affacciava timida tra i vetri alti, il pianoforte tornava a battere come un cuore grande. E chiunque passasse lì sotto, stringendosi la giacca nel fresco della sera, si fermava a respirare quel profumo improvviso di rose. Senza sapere perché sorrideva, sentendo la malinconia farsi leggera come un soffio di vento, guarita da una magica sinfonia nata dove nessuno guardava più…